GREEN E AMBIENTE
30 luglio 2026

Sai cos’è un “gioco a somma zero”? Per la teoria dei giochi è lo scenario dove la vittoria di A corrisponde alla sconfitta netta di B: tutto da un lato, zero dall’altro. 

Ecco, abbiamo l’impressione che la discussione sull’agrivoltaico venga spesso trattata allo stesso modo: l’idea di far convivere i parchi eolici e l’agricoltura sembra una simpatica utopia per figli dei fiori. Nel dibattito gli spazi naturali possono essere utilizzati o per installare vallate di pannelli solari o per essere coltivati, non ci sono vie di mezzo.

L’Alaska, però, non la pensa così. E i fatti le stanno dando ragione. 


Due cose di cui l’Alaska ha tanto bisogno

Sono l’energia a basso costo e il cibo, possibilmente autoprodotto. “Ma l’Alaska non è piena di gas naturale?” Nì, perché il più grande bacino attivo presente nel sud della regione – quello che serve la città più popolosa della regione, cioè Anchorage – si sta esaurendo e il gas presente nell’Alaska del nord non può essere estratto o trasportato (per ora, almeno). Per trovare una soluzione, nel 2023 il Dipartimento dell’Energia statunitense ha finanziato un esperimento da 1.3 milioni di dollari che prevedeva di installare una solar farm a Houston, affidando la coltivazione e le analisi delle piantagioni a un gruppo di ricerca dell’università di Fairbanks.

Dopo due anni, a ottobre 2025, l’impianto copriva poco più di 18 ettari di terreno e forniva energia a 1400 famiglie avendo ricevuto solo la prima parte dei fondi previsti per lo studio. Niente male per una cittadina che conta circa 2330 persone. L’energia del sole, poi, viene già raccolta in un modo molto ingegnoso a partire da febbraio: i pannelli di Houston hanno i recettori installati anche “sul retro”, cosa che permette di raccogliere anche la luce riflessa dalla neve, presente fino a metà aprile.


“E le patate?”

Ci arriviamo. Come puoi immaginare, lo spazio coltivabile nel sud dell’Alaska non è tantissimo e la recente crescita della popolazione non ha aiutato. Per questo i “filari” di pannelli sono stati installati a circa 15 metri di distanza gli uni dagli altri, in modo da lasciare abbastanza spazio per piantare semi che il clima dell’Alaska riesce a gestire: spinaci, patate e cavolo riccio (oltre ai frutti di bosco che crescono spontaneamente nella zona scelta per l’impianto). Anche se i dati sono piuttosto acerbi – si basano su un solo anno di raccolta – il gruppo di ricerca di Fairbanks ha scoperto delle cose interessanti. Per esempio:

  • la disposizione dei pannelli solari ha protetto molti vegetali dall’esposizione prolungata alla luce del sole tipica delle estati dell’Alaska (dove praticamente il sole non tramonta), permettendo a molte più piante di sopravvivere e di diventare belle voluminose. Quelle più lontane dai pannelli hanno subito più “stress solare”, crescendo meno o seccandosi

  • I pannelli hanno raccolto l’acqua piovana e irrigato le piante più vicine, che hanno molto beneficiato della cosa

  • I pannelli hanno trattenuto calore durante la giornata, proteggendo le piante durante i momenti più freddi a inizio primavera e inizio autunno

  • Affittare la terra alle compagnie che si sono occupate di installare i pannelli solari ha permesso ai coltivatori di avere un guadagno fisso senza rinunciare alle piante.


Si può fare di più

Anzi, considerata la situazione si deve assolutamente fare di più. Ora come ora, infatti, il mix energetico dell’Alaska pesa ancora troppo su gas naturale, carbone e petrolio. La fonte rinnovabile più diffusa è quella idroelettrica, che copre tra il 15% e il 20% del mix. Le altre rinnovabili, invece, non superano complessivamente il 3% dell’utilizzo su scala statale. Di fatto, però, l’Alaska soffre un ritardo grave proprio a causa della sua “ricchezza” di idrocarburi: aver potuto contare su queste risorse ha rallentato il processo di transizione energetica fino al punto in cui la regione rischia di dover importare gas per affrontare l’inverno.

Per quanto piccolo, quindi, il progetto di Houston è fondamentale: dalla sua riuscita potrebbe dipendere molto più che un buon raccolto di patate.