LUCE E GAS
24 settembre 2026

 

Non sappiamo se sai che alcuni tra i nostri collaboratori non lavorano in ufficio con noi, e nemmeno da casa, ma ci aiutano ogni giorno a offrire un servizio degno di questo millennio dalla Casa di reclusione di Bollate, vicino Milano, occupandosi di "back office" per il nostro servizio clienti.

Si tratta di persone detenute che hanno scelto, avendo la possibilità di farlo, di rimediare agli errori commessi cambiando il corso della propria esistenza, in meglio.

Questa è la storia di come sia davvero possibile farlo: te la raccontano gli amici di “Bee4 altre menti”, l’impresa sociale che trasforma i luoghi di detenzione in luoghi di lavoro.
In verità, un prezzo negativo potrebbe essere una cosa molto positiva per te. Se la cosa ti interessa, continua a leggere.


Vi andrebbe di spiegare com’è nata Bee4?

La storia di “Bee.4 altre menti” è una di quelle che sembrano improbabili e che invece sono diventate realtà. È nata nel 2013 da un'intuizione maturata in un luogo in cui pochi immaginerebbero possa nascere un'impresa: una cella del carcere di San Vittore.

Qui Giuseppe "Pino" Cantatore, durante il suo percorso di detenzione, aveva ripreso gli studi informatici e compreso sulla propria pelle quanto il lavoro possa rappresentare una possibilità concreta di responsabilizzazione, crescita personale e ritorno alla società. Grazie alla lungimiranza e alla collaborazione del direttore Luigi Pagano, Pino ha contribuito alla realizzazione di uno dei primi call center all'interno di un luogo di detenzione in Italia, dimostrando che anche nei luoghi di pena è possibile generare competenze, professionalità e valore.

Bee4 è il frutto di quell'esperienza: fondata insieme ad altri soci, tra cui Francesco Panzeri, è una cooperativa che vuole rivoluzionare il lavoro in uno strumento concreto di cambiamento e di riparazione, perché una persona deve certamente rispondere dei propri errori, ma anche avere l'opportunità di costruire qualcosa di diverso. Attraverso il lavoro, la formazione e l'assunzione di responsabilità si possono creare le condizioni per restituire valore alla collettività e non essere definiti per sempre dal proprio passato.

Partita da un nucleo operativo dedicato ai servizi di contact center, la cooperativa è cresciuta negli anni, coinvolgendo un numero sempre maggiore di imprese partner e sviluppando nuovi progetti all'interno delle carceri. Oggi opera principalmente nella Casa di reclusione di Milano Bollate, dove lavorano circa 200 persone detenute, rappresentando una delle più significative esperienze di imprenditoria sociale applicata al mondo carcerario in Italia.

La nostra è una storia che dimostra come un errore possa diventare l’opportunità di generare lavoro, competenze, dignità e speranza.


Se cambiare fornitore di energia è tutto sommato semplice, cambiare vita non proprio. Come aiutate le persone in carcere a riscattarsi, avere un’altra prospettiva, ripartire dall’errore?

Cambiare vita non avviene con un clic. Richiede tempo, fatica e soprattutto occasioni concrete. Noi partiamo da un'idea molto semplice: dietro un reato c'è sempre una responsabilità individuale, ma spesso ci sono anche fragilità, contesti sociali difficili, esclusione, dipendenze, povertà educativa o percorsi di vita particolarmente complessi.

Riconoscere questi elementi non significa giustificare l'errore, ma ricordare che prima e dopo gli sbagli c’è sempre una persona.  

Per questo il nostro lavoro non inizia con l'assunzione, ma molto prima. Ogni inserimento è preceduto da un percorso di selezione, orientamento, valutazione delle competenze e formazione professionale. Accompagnare una persona significa aiutarla a sviluppare consapevolezza, affidabilità, capacità relazionali e competenze tecniche che possano essere spendibili anche una volta terminata la pena.

In questo percorso riveste un ruolo fondamentale anche l'area Culture & People guidata da Marco Girardello, che lavora quotidianamente allo sviluppo e alla costruzione di percorsi di crescita in un contesto organizzativo capace di valorizzare potenzialità spesso rimaste inespresse per anni.

Crediamo molto nella cultura dell'errore. Non perché gli errori vadano minimizzati, ma perché una società matura dovrebbe saper distinguere tra chi continua a sbagliare e chi sta facendo uno sforzo autentico per cambiare. Se lasciamo spazio solo alla punizione, il rischio è che l'errore produca altro errore. Se invece costruiamo percorsi di crescita, quell'errore può diventare il punto da cui ripartire.

In questa prospettiva è importante la riparazione, che consiste non soltanto nell'espiare una pena, ma nel comprendere il danno provocato e impegnarsi concretamente per non ripeterlo. Significa tornare a essere una risorsa per la propria famiglia, per la comunità e per la società.

In fondo, crediamo che una società sia più forte non quando rinuncia alle persone che hanno sbagliato, ma quando sa chiedere loro responsabilità offrendo al tempo stesso gli strumenti per cambiare davvero.

Sulle carceri - e chi ci sta dentro - ci sono un sacco di pregiudizi e luoghi comuni: facciamo un po’ di chiarezza su come funzionano le cose?

Forse il pregiudizio più diffuso è pensare che la pena debba essere una sofferenza fine a sé stessa. In realtà la nostra Costituzione afferma che la pena dovrebbe avere una funzione rieducativa e favorire il reinserimento sociale.

La vera domanda è: cosa accade durante il tempo della detenzione?

Se una persona trascorre anni senza responsabilità, formazione, occasioni di crescita e nessuna prospettiva, è difficile immaginare che all'uscita sia diversa da quando è entrata. Al contrario, dare un senso alla detenzione significa creare condizioni che rendano possibile il cambiamento.

Per questo formazione e lavoro non sono privilegi. Sono strumenti essenziali perché il percorso di reinserimento previsto dalla pena possa realmente esistere. 

Chi lavora all'interno di Bee.4 non entra semplicemente in un posto di lavoro. È chiamato a rispettare regole, obiettivi, orari, standard qualitativi e responsabilità professionali analoghi a quelli richiesti all'esterno. È un percorso che restituisce dignità, ma che richiede anche impegno e assunzione di responsabilità.

E poi ci sono i numeri, che spesso aiutano più delle opinioni. Tra le persone detenute che non hanno accesso a percorsi strutturati di lavoro, il tasso di recidiva (la possibilità che si commettano altri reati dopo l'uscita) supera il 70%. Tra coloro che lavorano stabilmente durante la detenzione, quel dato scende mediamente tra il 5 e il 10%. Significa avere più sicurezza pubblica, riduzione del numero di vittime future, diminuzione dei costi sociali ed economici della recidiva.


Domanda bonus. Voi di Bee4 siete imperatori dell’universo per un giorno: qual è la prima cosa che fareste?

Se fossimo imperatori dell'universo per ventiquattro ore, cercheremmo di sistemare alcune cose semplici che però fanno una grande differenza.

Investiremmo molto di più nelle relazioni, nell'ascolto e nel dialogo. Viviamo in un tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano davvero. Sui social, nella politica, nel lavoro e perfino nella vita quotidiana sembra spesso più importante avere ragione che capire le ragioni degli altri. Ci piacerebbe un mondo capace di discutere senza trasformare ogni differenza in uno scontro. Un mondo in cui la complessità non faccia paura e in cui le persone possano cambiare idea senza sentirsi per questo più deboli.

Ci prenderemmo anche il tempo per riflettere con maggiore attenzione sulla direzione che stiamo dando all'innovazione, all'intelligenza artificiale, al lavoro e alla sostenibilità. Le tecnologie possono aiutarci a lavorare meglio, a elaborare informazioni e a semplificare processi, ma il futuro non si delega a una macchina. Le decisioni davvero importanti continueranno a riguardare persone, relazioni, fiducia, responsabilità e capacità di immaginare ciò che ancora non esiste.

Poi, già che abbiamo i pieni poteri, ridurremmo del 70% la burocrazia, del 50% le riunioni che potevano essere un’email e introdurremmo una regola universale: prima di criticare qualcuno, bisogna aver provato almeno una volta a capire la sua storia. Sul resto, ci affidiamo al futuro: tutto sommato, è sempre stato più bravo di qualsiasi imperatore a sorprendere tutti.