PARLIAMONEN
26 marzo 2026

Stessa storia, ogni anno. Le giornate si allungano, l’aria profuma di fiori e tu senti un’inaspettata fiducia nell’universo. Poi arriva l’ora legale, ti scombina l’intero ritmo circadiano e vorresti passare aprile a sonnecchiare in un parco. Il senso di questa manipolazione temporale, però, c’è e ha anche un impatto positivo sulle tue bollette: non vogliamo certo dirti di scegliere tra sonno e portafoglio (anche perché lo sappiamo chi vince), ma capire il perché di certe cose potrebbe indirizzare meglio le nostre energie. Letteralmente.


Ecco cosa succede

Nella pratica, l’ora legale consiste in questo: dal 1996 in Europa, per convenzione, si sposta la “lancetta” dalle 2:00 alle 3:00 l’ultima domenica di marzo, facendoci perdere un’ora notturna. Si è scelto un orario così “improbabile” perché è quello in cui si spostano meno mezzi e questo, a cascata, ha meno effetti su tutte quelle attività che sono legate a un orario. 

Altri Paesi che adottano il cambio dell’ora sono gli Stati Uniti, l’Egitto, il Cile, la Nuova Zelanda, pezzi di Canada e la parte meridionale dell’Australia. Il motivo principale per cui lo fanno è uguale un po’ ovunque: risparmiare l’elettricità dell’illuminazione sfruttando al massimo le ore di luce solare.

Attenzione però: la questione della luce è prettamente “produttiva”. Per capire meglio cosa vuol dire, dobbiamo fare un salto agli albori della rivoluzione industriale.

Immagina un mondo senza orologi

Quando era la natura a dettare i ritmi del lavoro, la questione delle “ore” non si poneva: ci si sveglia quando sorge il sole e si smette di lavorare quando se ne va. Con l’avvento della rivoluzione industriale e il lavoro “a ore”, invece, il ruolo del sole nelle giornate diventa irrilevante: quello che conta sono i turni, che iniziano e finiscono quando lo decide il capo della fabbrica. Questo ha completamente scardinato i ritmi delle stagioni, imponendo orari “produttivi” fissi per tutto l’anno, indipendentemente dalle ore di luce naturale disponibili. Già nel 1784 l’inventore statunitense Benjamin Franklin si lamentava dello spreco di cera dei francesi, che “bruciavano” luce al mattino dormendo fino a tardi e tenendo le candele accese fino a notte fonda. Fortunatamente, le sue proposte piuttosto drastiche – come svegliare la città a colpi di cannone – non ebbero successo.

La questione, invece, si fece seria nel 1916 quando, in un Regno Unito impegnato nella Prima guerra mondiale, risparmiare sul costo dell’energia era diventata una questione di vittoria o sconfitta. Fu così adottato il “daylight saving time”, che possiamo tradurre in modo un po’ libero con “l’orario che aiuta a sfruttare la luce diurna”. Anche l’Italia, sempre nel 1916, sperimentò per la prima volta questo ritmo naturale “imposto”, sempre per gestire le poche risorse durante la guerra. Come puoi immaginare, il copione si è ripetuto dal ’40 al ’45 ed è stato adottato da ogni Paese europeo nel 1966, con ratifica ufficiale dell’Unione europea nel 1996.

Una, anzi due, piccole curiosità: 

  1. noi chiamiamo il cambio d’ora “ora legale” perché è stato imposto per legge dallo Stato. In altri Paesi si parla quasi sempre di “orario estivo” e “orario invernale” (quando, a ottobre, si passa all’ora solare)
  2. Indovina per chi non ha alcun senso il cambio d’ora? Esatto, chi sta sull’equatore praticamente non nota alcuna differenza tra le ore di luce delle stagioni calde e delle stagioni fredde. Pensaci se stai valutando di trasferirti in Colombia.

“Ma si risparmia davvero?”

A quanto dicono le stime di Terna, la società italiana responsabile della gestione dei flussi di energia elettrica sulla rete ad alta tensione, pare proprio di sì. I dati da quando abbiamo iniziato a registrarli – cioè dal 2004 – sono abbastanza impressionanti. Rimanendo solo al 2025, il risparmio di 310 milioni di kWh ha permesso di mettere da parte quasi 90 milioni di euro e di evitare che 145.000 tonnellate di CO2 finissero nell’atmosfera. Questo risparmio, però, è molto relativo: i Paesi più vicini al Mediterraneo, infatti, sono quelli per cui le variazioni di luce arrivano negli orari più produttivi. Questa cosa è molto meno evidente per i Paesi del Nord Europa, che durante l’estate possono beneficiare della luce solare per molte più ore. Spostare le lancette di un’ora, per loro, rende quasi insignificanti i vantaggi che si vedono a Sud. Se consideriamo anche che un cambio così “repentino” e coatto del nostro ritmo sonno/veglia fa alzare il rischio di infarti e provoca più incidenti nei giorni successivi al cambio dell’ora, possiamo capire perché una fetta d’Europa vorrebbe abolirlo. Ci si era andati vicini, nel 2019, ma anche se l’Unione europea ha concesso ai membri la possibilità di scegliere quale orario adottare, i Paesi non si sono messi d’accordo. Insomma, se non ami molto l’ora legale e ogni anno firmi la petizione per dirle addio, sappi che una parte d’Europa è d’accordo con te. Se può consolarti però, guardando i risparmi, il tuo abbiocco primaverile dà la possibilità di raggiungere un obiettivo collettivo più grande.