GREEN E AMBIENTE
05 febbraio 2026

Se non sai cosa sono, vi presentiamo subito: i data center sono i luoghi fisici che permettono di contenere, elaborare e condividere le informazioni digitali che devono essere disponibili online. Sono fondamentali non solo per le intelligenze artificiali – come ChatGPT, per capirci – ma anche per tutti i siti o app che devono raccogliere e gestire dati. Il lavoro dei data center richiede un sacco di energia che rilascia tantissimo calore. A sua volta, per raffreddare i server, viene prodotto altro calore. Insomma, un circolo che sicuramente non aiuta con quel discorsetto del surriscaldamento globale.

C’è una soluzione, però, che potrebbe aiutare a salvare capra e cavoli, energicamente parlando. Vediamo di che si tratta.


Come funzionano adesso

Come abbiamo scritto un po’ di tempo fa, le previsioni sull’aumento della domanda di elettricità a causa dei data center sono abbastanza nette. È realistico pensare che presto, quindi, dovremmo produrre molta più energia elettrica di quanto facciamo oggi – possibilmente da fonti rinnovabili per motivi piuttosto ovvi. L’energia consumata fa scaldare tantissimo i server, un po’ come succede al tuo computer quando cerchi di installare un gioco troppo pesante o di avviare un software che richiede una grande capacità di calcolo. Per evitare che si squaglino, e con loro vadano perduti giga e giga di informazioni, i server vengono fatti raffreddare utilizzando dell’acqua o dell’aria, che mantengono la loro temperatura a un livello sostenibile. Il liquido o l’aria, quindi, assorbono il calore e si scaldano a loro volta: per questo vanno sostituiti da altra acqua a una temperatura più bassa o, in caso di raffreddamento ad aria, si fa partire il ricircolo che raffredda nuovamente l’aria.

Per essere più precisi, lo scambio tra acqua calda e acqua fredda può avvenire in due modi:

  1. il liquido caldo viene mandato fuori dal data center, raffreddato ad aria e poi rimesso in circolo

  2. L’acqua calda viene smaltita attraverso radiatori – un po’ come i termosifoni di casa, che rilasciano il calore sotto forma di aria – o attraverso torri evaporative, quindi sotto forma di vapore caldo.

In entrambi questi casi il calore viene disperso e, senza un impianto di energie rinnovabili e dei buoni accumulatori che conservino l’energia elettrica, l’impatto sull’ambiente potrebbe essere molto alto.

Per quanto riguarda l’aria, senza entrare nel dettaglio, il funzionamento può ricordare quello di un condizionatore di casa (tagliando con l’accetta): il calore esterno viene introdotto nel data center e, una volta raffreddato, aiuta a tenere a bada la temperatura dei server. Il motore di raffreddamento dell’aria, però, emette calore che va direttamente nello spazio circostante.


Come potrebbero funzionare

E se prendessimo l’acqua o l’aria “scaldate” dai data center per portarle nelle case, utilizzando così l’intero impianto come una centrale di teleriscaldamento? In questo modo, si utilizzerebbero l’acqua o l’aria già calde per sostituire il gas che avvia le caldaie, non si sprecherebbe l’acqua utilizzata per raffreddare il data center e il calore prodotto dal data center non contribuirebbe ad aumentare la temperatura in zone già in sofferenza durante i mesi estivi (per esempio in Lombardia, vista l’alta concentrazione di data center nel milanese).

Per portare avanti questi progetti, però, vanno tenute in considerazione un paio di cose.

L’acqua “scaldata” dai data center oscilla tra i 30° e i 60°, temperature troppo basse per una rete di teleriscaldamento. Per portare il tutto tra i 60° e i 90° servono quindi pompe di calore, cosa che aumenterebbe la richiesta di energia elettrica. In questo caso, però, utilizzando lo stesso impianto rinnovabile che alimenta il data center si possono “prendere due piccioni con una fava”.

Anche la distanza è un tema: i data center non possono essere costruiti in mezzo a centri abitati per ovvie questioni di sicurezza e spazio; come ci insegna l’amica termodinamica, poi, il calore dell’acqua o dell’aria si disperderebbe lungo il percorso. Questo vuol dire che andrebbero costruite condotte termiche che mantengano il calore lungo il viaggio dal data center alle case. Il vero ostacolo, qui, è il costo, che potrebbe rendere operazioni del genere meno replicabili senza grandi investimenti o grandi disponibilità.

Al netto di questi limiti, fisici ed economici, ci sono diversi progetti in Italia che stanno già lavorando su queste premesse, con l’obiettivo di tenere insieme gli investimenti per i data center, l’abbattimento delle emissioni di CO2 e la creazione di strutture che utilizzino l’energia in modo davvero circolare, senza buttare via nulla.