E se prendessimo l’acqua o l’aria “scaldate” dai data center per portarle nelle case, utilizzando così l’intero impianto come una centrale di teleriscaldamento? In questo modo, si utilizzerebbero l’acqua o l’aria già calde per sostituire il gas che avvia le caldaie, non si sprecherebbe l’acqua utilizzata per raffreddare il data center e il calore prodotto dal data center non contribuirebbe ad aumentare la temperatura in zone già in sofferenza durante i mesi estivi (per esempio in Lombardia, vista l’alta concentrazione di data center nel milanese).
Per portare avanti questi progetti, però, vanno tenute in considerazione un paio di cose.
L’acqua “scaldata” dai data center oscilla tra i 30° e i 60°, temperature troppo basse per una rete di teleriscaldamento. Per portare il tutto tra i 60° e i 90° servono quindi pompe di calore, cosa che aumenterebbe la richiesta di energia elettrica. In questo caso, però, utilizzando lo stesso impianto rinnovabile che alimenta il data center si possono “prendere due piccioni con una fava”.
Anche la distanza è un tema: i data center non possono essere costruiti in mezzo a centri abitati per ovvie questioni di sicurezza e spazio; come ci insegna l’amica termodinamica, poi, il calore dell’acqua o dell’aria si disperderebbe lungo il percorso. Questo vuol dire che andrebbero costruite condotte termiche che mantengano il calore lungo il viaggio dal data center alle case. Il vero ostacolo, qui, è il costo, che potrebbe rendere operazioni del genere meno replicabili senza grandi investimenti o grandi disponibilità.
Al netto di questi limiti, fisici ed economici, ci sono diversi progetti in Italia che stanno già lavorando su queste premesse, con l’obiettivo di tenere insieme gli investimenti per i data center, l’abbattimento delle emissioni di CO2 e la creazione di strutture che utilizzino l’energia in modo davvero circolare, senza buttare via nulla.