BELLA DOMANDA
23 dicembre 2025

Come abbiamo detto in passato, non è semplice parlare bene di cambiamento climatico. Senza una buona analisi delle informazioni, scivolare negli articoli “acchiappalike” o alimentare l’ecoansia è molto facile. Proprio per questo, però, allargare il nostro sguardo su certi eventi o guardarli da una prospettiva diversa può darci un po’ di speranza.

Ecco perché abbiamo parlato con Ferdinando Cotugno, giornalista freelance che per il quotidiano Domani cura la newsletter e il podcast Areale, dove parla di giustizia e finanza climatica, transizione ecologica e ogni anno fa il punto sulle Cop, l’evento annuale dell’ONU dove si cercano soluzioni condivise contro il cambiamento climatico.

 

La Cop30 di Belém, che hai seguito di persona, si è chiusa senza accordi storici tra i Paesi che hanno partecipato. Partendo da questo, credi che le Cop siano ancora uno strumento capace di trovare una soluzione comune al cambiamento climatico o forse è il caso di ripensarle?

Credo sia arrivato il momento per rimettere mano alla Cop: è uno strumento rimasto uguale a se stesso negli ultimi trent'anni, solo che nel frattempo il mondo è cambiato. Dico questo riconoscendo l'enorme valore che hanno avuto finora le Cop, che ci hanno dato il Protocollo di Kyoto e l'accordo di Parigi. Il multilateralismo, infatti, è riuscito a intaccare un pezzo di aumento delle temperature globali: considerate che, quando cominciava la Cop 21 di Parigi, andavamo verso un aumento delle temperature di quasi 4°; ora abbiamo abbassato la curva di più di 1°, che è tantissimo e cambia il destino dell'umanità, ma non è ancora abbastanza. Va percorso un ultimo miglio – okay, forse un po’ più di uno –, ma da qualche anno le Cop sono bloccate da veti incrociati, blocchi politici e stalli. La cosa che permetterebbe loro di tornare a funzionare è mettere mano al meccanismo con cui vengono prese le decisioni finali. In questo momento ogni azione deve essere approvata per consenso e quindi, di fatto, un Paese o un blocco di Paesi ha il potere di fermare tutto. Non è certo una novità, ma oggi questo peso viene usato molto più irresponsabilmente. Da questo punto di vista, la riforma del meccanismo di voto è diventata particolarmente urgente.

L'altro tema di cui è importante discutere è quello della partecipazione: chi si presenta alle Cop, a che titolo e con che regole di trasparenza. Da quando le Cop sono diventate così grandi – direi da Glasgow 2021, Cop 26 – abbiamo visto un proliferare di accessi da parte di chi ha interessi altri rispetto alla lotta al cambiamento climatico, tendenzialmente sotto mentite spoglie attraverso le delegazioni dei Paesi. Dico questo non per tenere alla porta gli interessi fossili, perché anche loro devono poter partecipare al processo, ma le regole di ingaggio devono essere molto più chiare e trasparenti di come è stato finora.

 

La transizione ecologica è anche una questione di competenze: secondo te, come stiamo messi in Italia?

Sicuramente c'è un tema di mancate professionalità legate alla transizione, nel senso che ci mancano certi livelli di competenza necessari per affrontare la crisi climatica, com’è anche riportato da questo rapporto di C40 Cities, la rete globale di grandi città che cercano di abbassare le emissioni di gas serra e limitare i danni dei cambiamenti climatici. In poche parole, ci manca proprio questa forza lavoro qualificata e specializzata nei green job. Con la transizione, si stanno aprendo più posizioni di quelle che noi siamo in grado di coprire adesso su tutta una serie di settori come i trasporti, le costruzioni, le energie pulite e la gestione dei rifiuti. La prospettiva è questa: nei prossimi 15 anni, con la forza lavoro che abbiamo ora, insieme alle capacità formative e le tendenze demografiche, potremo ritrovarci con 6 milioni di posizioni lavorative che rimarranno scoperte.

Andiamo all’Italia: Confartigianato ha detto di recente che, nel 2024, le imprese non sono riuscite a coprire circa due milioni di posizioni lavorative di personale qualificato per i green job. In pratica, avremo un 50 % di professioni che rimangono vacanti se non c'è un salto di qualità nella formazione. A proposito di questo, la Commissione europea ha stimato che l'investimento richiesto in formazione per portare avanti la transizione è fra gli 1,1 e 1,4 miliardi di euro su 5 anni.

 

C’è una buona notizia sul clima che è passata in sordina, mentre invece avrebbe dovuto farci stappare le bottiglie delle occasioni speciali?

La buona notizia è che ci sono tantissime buone notizie. La transizione è un processo contraddittorio, però sta avvenendo. Secondo me il dato chiave di quest’anno è che, a giugno 2025, la produzione di energia da fonti rinnovabili ha superato quella da carbone ed era una cosa che aspettavamo da tantissimi anni. Il carbone è la più inquinante delle fonti fossili, ed è ancora strausatissima. In Cina e in India, però, la corsa delle rinnovabili ha finalmente superato quella del carbone. Dal punto di vista energetico, quindi, questo è il dato che ci fa capire che la transizione va sicuramente governata e va accelerata, ma è in atto. Poi, dal punto di vista del diritto internazionale, secondo me la notizia che è stata celebrata ma non abbastanza, è il parere della Corte internazionale di giustizia all'Aja che, a luglio, ha dato ragione a questo gruppo di studenti e attivisti dell'Università del Sud Pacifico, che avevano lavorato per anni per ottenere il riconoscimento dei diritti climatici transfrontalieri e intergenerazionali. Il parere della Corte internazionale di giustizia è stato positivo e, pur non essendo vincolante, è comunque il parere di diritto internazionale di grado più alto mai emesso su questo tema. Di fatto, ha confermato le responsabilità di alcuni Paesi nei confronti degli altri Paesi, anche al di là dell'accordo di Parigi. In poche parole, questa sentenza ci dice che le superpotenze potranno anche uscire dall'accordo di Parigi ma questo non le solleva dalle loro responsabilità giuridiche sui danni climatici passati, presenti e futuri. Questo apre un fronte di diritto internazionale che nei prossimi anni sarà assolutamente decisivo, anche dal punto di vista della responsabilità economica. Nel mondo in questo momento ci sono più di 2.000 cause climatiche aperte, di cui la metà negli Stati Uniti, peraltro. Insomma, quello del risarcimento climatico è un fronte che diventerà sempre più vivo nei prossimi anni.


Bonus. Sei Imperatore dell’Universo per un giorno: qual è la prima cosa che fai?

Che bella domanda! Allora, qui il problema è che qualunque cosa mi venga in mente di fare mi sembrerebbe troppo poco rispetto all’essere Imperatore dell’Universo. Il punto è che a me piacerebbe trovare un modo per convincere tutte le persone che il cambiamento climatico è una responsabilità collettiva, invitandole alla partecipazione pubblica. Ecco, come Imperatore dell’Universo sarebbe troppo triste attuare politiche energetiche, quelle vorrei lasciarle ai Paesi. Vorrei trovare un modo per dimostrare agli esseri umani, a ogni singola persona, in qualunque sistema politico viva, qualunque sia il loro grado di coinvolgimento sia nelle responsabilità storiche che nel subire i danni dei cambiamenti climatici, che la crisi climatica è l'opposto di un invito ad arrendersi e non fare niente. Vorrei veramente avere la bacchetta magica che spezza il filo del fatalismo, perché secondo me la cosa peggiore di oggi è l'idea che non ci sia più nulla da fare su niente: c'è ancora tantissimo da fare, su tutto.