GREEN E AMBIENTE
03 marzo 2026

Quanto ha piovuto quest'inverno? Un bel po'. Come l’hanno presa le città? Non benissimo, al solito. Le piogge intense, e purtroppo anche gli eventi climatici estremi, sono sempre più frequenti nel nostro Paese come nel resto del mondo. 

Quando questi eventi si verificano in posti che non sono fisiologicamente preparati a fronteggiarli, poi, il problema è ancora più grosso. Le città ne sono l’esempio lampante: sono distese sempre più ampie di asfalto e cemento, non esattamente i materiali più drenanti del mondo. Che facciamo, allora, smontiamo le città da capo a piedi? No, ma possiamo renderle più “spugnose”.


Che vuol dire, nella pratica?

Quando piove, l’approccio classico è quello di cercare di mandar via l’acqua in ogni modo, scolandola in più direzioni: se le precipitazioni sono abbondanti, però, a un certo punto l’acqua esonderà inevitabilmente causando i danni che conosciamo. L’alternativa è assorbirla come una spugna e, possibilmente, riutilizzarla come fa un suolo naturale e, più in generale, un ecosistema funzionante. 

Nella pratica, si integrano tetti verdi (coperture di edifici rivestite da vegetazione su un sistema impermeabile strutturato), pavimentazioni permeabili, parchi multifunzionali e zone umide all’interno del tessuto urbano. Insieme, questi sistemi rallentano il deflusso dell’acqua, filtrandola e – in parte – conservandola. In questo modo si riesce a evitare che l’acqua defluisca tutta in un posto, allagandolo, e in più si crea una risorsa idrica da conservare e gestire localmente per l’irrigazione, il raffrescamento urbano e la ricarica delle falde. In poche parole, una doppia soluzione invece che un’emergenza da risolvere. 

Città che già “spugnano”

Tra i primi Paesi a capire che riparare i danni degli allagamenti era più costoso che cercare soluzioni per gestirli c’è la Cina. Wuhan è considerata una città pioniera nelle soluzioni “spugna”: ha sperimentato con successo un mix di infrastrutture verdi e bacini di ritenzione lungo tutto il territorio urbano, riuscendo a ridurre gli allagamenti e, al contempo, migliorare la qualità dell’aria e dell’ambiente. 

Nel 2011 anche Copenhagen – non esattamente l’ultima delle città per quanto riguarda innovazione e urbanistica funzionante – ha sperimentato cosa vuol dire finire sott’acqua, e non ha perso tempo: ha immediatamente progettato e attuato un piano di adattamento climatico e trasformato parchi e spazi pubblici in zone capaci di accumulare temporaneamente grandi quantità d’acqua durante i nubifragi.

Amburgo, invece, ha optato per tetti verdi diffusi e sistemi di drenaggio urbano, dimostrando che queste soluzioni non servono solo a risolvere il problema ma diventano anche parte della qualità architettonica del paesaggio e della rigenerazione urbana. Una città spugna, infatti, migliora la biodiversità, la qualità dell’aria, in alcuni casi la temperatura percepita e la vivibilità degli spazi pubblici.

È una soluzione che funziona per ogni città?

La risposta, come tutto nella vita, è “Dipende”. Non tutte le città hanno gli stessi margini di trasformazione, o le stesse possibilità di investire in queste soluzioni. In più, trasformare una città in una spugna risolve il problema al suo presentarsi, ma non alla radice. Ipotizzando un futuro in cui gli eventi estremi saranno sempre più frequenti, anche la migliore delle città spugna potrebbe sperimentare delle difficoltà. Non è una soluzione alla crisi climatica, quindi, ma comunque un’ottima opportunità per rivedere il concetto di “città” alle sue fondamenta e progettare un futuro più sostenibile per chi le vive.